CRONACA DELLA LEGIONE PERDUTA

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Si racconta che nelle desolate e nebbiose lande della Britannia, toponimo latino dato dai Romani per definire l’attuale Gran Bretagna, (intorno all’anno domini 117 d.C.) accadde uno degli avvenimenti più irrisolti della storia: La misteriosa scomparsa della intrepida “IX LEGIONE”.

La legione perduta era un esercito altamente professionale, capace di marciare per oltre 40 chilometri al giorno, in tutte le condizioni climatiche e spesso senza razione di cibo, a costruire accampamenti fortificati per la notte e a circoscriverne il perimetro anche per centinaia di metri. Dunque una milizia ben addestrata, costituita da circa 5.000 soldati pesantemente armati tra cui “Fanti”, “Arcieri”, “Cavalieri”, “Signiferi”, “Centurioni”, “Tribuni” ed il “Generale Supremo”. Cioè dalla gran parte dei discendenti di quegli illustri personaggi che ebbero modo di distinguersi, in Sicilia, nelle “Guerre Cesariane” contro Sesto Pompeo: I così detti “Veterani” della ben più antica VIII legione del 41 a.C. Anche l’Aquila, l’immagine simbolica per eccellenza, forse caratterizzata anche dalla figura di un toro, svanì nel nulla insieme ai suoi eroi. Tra le verdissime colline a Sud della Scozia si sono sviluppati alcuni tra i ritrovamenti più significativi mai recuperati fin’ora. Monete, braccialetti, vettovaglie, bulloni di catapulte, armi di ogni tipo, tutto lascia supporre che qualcosa non andò esattamente come avrebbe dovuto. Chiari segni della presenza dei Romani in questi bui e sperduti anfratti del Nord.

Percepiamo, quasi da fedeli cronisti del giorno dopo, il sudore uscire a rivoli dalle fronti ricolme di fatica, i concitati richiami dei capifila intenti a serrare i ranghi e rafforzare i fianchi delle retroguardie. Grida di furore vengono a confondersi con i lamenti dei feriti in procinto di lasciare questo mondo, così tanto lontano da casa, per approdare in un altro ancora più distante ma forse meno agitato. Chissà quali siano state le reali sensazioni dei legionari nel momento stesso in cui compresero, a torto o a ragione, che tutto era finito. Il dolore straziante delle perdite si confondeva col fragore degli scudi lucenti e delle fredde lame riscaldate, per qualche istante, dal caldo torpore degli agonizzanti. Mentre noi possiamo quasi intuire per trasparenza quello che pulsava dentro le loro menti, le accademie del sapere ci invitano a riflettere su tutta una pluralità di circostanze più o meno funeste che contribuirono in maniera determinante a segnarne l’epilogo.

In merito i pareri degli illustri maestri e cultori della storia antica (per certi versi mai del tutto ancora spiegata) alla continua ricerca di tracce ed indizi, sono tra i più discordanti. C’è chi sostiene che vennero quasi letteralmente inghiottiti dai feroci scontri di tribù autoctone uscite, come per incanto, dal ricordo ancestrale di acquitrini, laghi e foreste mai praticate prima. C’è invece chi ritiene che vennero a mancare poco per volta, a seguito di tutta una serie di contingenze endogene ed esogene alla stessa struttura gerarchica ed organizzativa dei loro comandanti. Chi ancora si lascia affascinare dall’ipotesi di un vero e proprio abbandono di risorse e mezzi da parte dell’Impero che non seppe adeguatamente fornire, a causa degli oltre 2.000 chilometri di distanza, sostegno ad una delle “Legioni Romane” più forti del suo genio militare.

Di certo ci colpisce e forse non poco il resoconto, il mito di una vicenda che fa perdere le sue tracce nella memoria del tempo, all’interno di una scatola antica vecchia di ben 1898 anni!!!

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