FURY IL LONTANO APRILE 1945

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A poco più di due settimane della sua “Prima” nelle sale cinematografiche italiane “Fury”, il film cult sulla “Seconda Guerra Mondiale”, si conferma al podio degli incassi non solo del 1° giorno di uscita (167.282 euro) ma anche dei primi 6 giorni (961 mila euro) e del primo week end con ben 1,5 milioni di euro.

Un trionfo reso possibile grazie alle abilità ideative e scenografiche del talentuoso maestro e regista nato nell’Illinois David Ayer. Personalità poliedrica con già all’attivo, in qualità di curatore esecutivo, ben 4 film tra cui “Hars Times” (I giorni dell’odio 2005), “Street Kings” (La notte non aspetta 2008), “End of Watch” (Tolleranza zero 2012) e “Sabotage” (Sabotaggio 2014). Un “War Movie” con una straordinaria capacità di coinvolgimento ed un livello di credibilità assolutamente ben calibrato.
E’ appena trascorsa la seconda settimana del lontano Aprile 1945, l’aria era carica di profumi, dolce, come l’odore del ciliegio e del melograno che sembrano avere i natali quasi nella stessa decade.
Le placide e verdeggianti colline a Sud/Ovest di Berlino vengono inondate da una insolita turbolenza di carriaggi che iniziano lentamente a riempire, di rumori assordanti, gli avamposti occidentali.
Una sottile coltre di fuliggine avvolge i campi martoriati dalla guerra e resi in parte sterili dall’incuria del tempo.
Solitari crepuscoli di polveri e colpi vaganti si fanno largo tra le rossastre striature del riverbero cromatico della sera. Il fondo della valle si ricopre di fitta nebbia mentre sulle alture la visibilità è scarsissima. Nelle deserte trincee create per caso si ode, da lontano, il tintinnio delle cariche di fucile, mentre una triste pioggia di lacrime assale i presidi militari avvolti dalla desolazione.
Si passa dalle coreografiche impostazioni programmate per stupire ed il cui contenuto attraversa, in maniera trasversale, circa 70 anni di storia, alle passioni amorose di preziose vicende umane andate in parte perdute.
Un opera cinematografica ritenuta, dalla critica internazionale, come la più coinvolgente (nel suo ambito di documentazione) tra i film di genere degli ultimi 30 anni. Una immane ecatombe di morti e di feriti accompagna silenziosamente l’epilogo della seconda guerra mondiale. Siamo ormai alla fine di un conflitto senza precedenti quando un plotone di soldati americani, coordinati dal “Sergente Don Wardaddy Collier” (Brad Pitt protagonista principale) sopravvissuto al deserto d’Africa e ai litorali sabbiosi della Normandia, si trova ad affrontare una ennesima rischiosissima missione, nonostante l’esiguo numero di risorse e di mezzi, proprio all’interno del territorio germanico.
L’impetuoso sergente è il comandante del carro armato denominato “Fury” (da cui prende il nome l’intera pellicola) e ha perduto suo mal grado in battaglia, da non molto, uno dei suoi più abili carristi.
L’equipaggio bellico si costituisce dunque di 4 carri armati “M4 Sherman” e diversi mezzi di logistica.
Il potenziale umano è formato invece dai così detti “Veterani” della seconda Divisione corazzata della U.S. Army. Si parte con l’ingenuo ed eversivo “Mitragliere Norman Ellison” (Logan Lerman) che viene ad arruolarsi appena otto settimane prima praticamente come semplice dattilografo di compagnia e rimasto sempre nelle retrovie per cui non capace, per ironia di sorte e di virtù, di uccidere nessuno. Tra gli altri protagonisti abbiamo: il “Cannoniere Boyd Swan” (Shia LaBeouf) profondamente cristiano tanto da essere soprannominato “Bibbia”; Il disinvolto “Pilota messicano Trini Gordo Garcia” (Michael Pena); Il burbero “Caricatore Coon-Ass Grady Trevis” (Jon Bernthal); Il “Sergente Binkowski” (Jim Parrack); Il “Capitano Vecchio Waggoner” (Jason Isaacs); Il “Tenente Parker” (Xavier Samuel); Il “Sergente Davis” ( Brad William Henke); Il “Sergente Peterson” (Kevin Vance); Il “Sergente Miles” (Scott Eastwood) “Emma” (Alicia von Rittberg) ed “Irma” (Anamaria Marinca).

 
Personaggi che, apparentemente legati dal medesimo destino di terrore, si fanno largo tra fango, terre desolate, palazzi in fiamme, cadaveri, esecuzioni capitali e sentimenti impossibili al limite dell’incredibile.
La cosa straordinaria, tra le tante, consiste proprio nel fatto che non trattasi di un numero di soldati qualunque ma di militari intrepidi spesso non adeguatamente riforniti che si trovano, loro mal grado, a scrivere i loro nomi nella leggenda.
Da lontano, sul filo dell’orizzonte, si scorge l’arrivo travolgente di un battaglione della “Waffen-SS”, di circa 300 soldati appartenenti alle unità militari terrestri di uno tra gli innumerevoli ed imponenti eserciti del “3° Reich”: Il loro passo è cadenzato come sempre, la determinazione ed il coraggio anche. L’immagine del nemico da sconfiggere rimane, quasi per volontà di scrittura, come qualcosa di astratto, di anomalo, di vagamente confuso. Il destino sembra aver letteralmente aperto le sue porte di sgomento liberando venti di morte tra gli ignari partecipanti. Il plotone a stelle e strisce rimane praticamente isolato con un solo biglietto di andata verso l’inferno: l’esito della battaglia sembra ormai scontato. Si protocolla sin da subito la perdita di ben 3 carri armati ad opera di un solo “Panzer VI Tiger I” tedesco che, a sua volta, viene successivamente eliminato dalla fortunosa avanzata di spalle del “Fury”. La questione ha come punto nodale la difesa di un avamposto strategico per la difesa dei treni da rifornimento degli Alleati.
Una impressionante concentrazione di armi, aerei, carri armati, mitragliatrici, cannoni e bombe di ogni tipo impongono una rilettura in chiave profondamente psicologica di tutta l’ambientazione di riferimento. Un eccezionale convergere di ingegni militari e competenze umane rende la trama avvincente come l’ultimo dei capolavori di una storia vista e rivista già più di una volta. Viene ad attualizzarsi un vero e proprio processo di interiorizzazione delle vicende, legate proprio al conflitto, da parte del sergente Collier che racchiude in sé tutto il tormento, il desiderio e la volontà di vittoria di ogni singolo elemento dell’intera trattazione scenica.
La sofferenza di un solo uomo si tramuta dunque nel grido di dolore di tutta l’umanità oramai, più che mai, stanca e martoriata. Ogni individuo, presentato nel prosieguo della evoluzione narrativa, si compensa di una sua personalissima questione caratteriale all’interno della quale ciascuno di noi può, a torto o a ragione, rispecchiarsi.

 
Si avverte palpabile lo spazio e la sacralità di un momento, di una vicenda che finisce per raccontarsi da sola, inondando lo spettatore attraverso un fiume di sensazioni a cascata davvero travolgenti e non facili da dimenticare!!!

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